Armenia, la via della seta. Autostop al passo di Selim

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Non ho mai scritto di Armenia. Nemmeno quando è riesploso il conflitto tra azeri e armeni in Nagorno-Karabakh. Neanche un appunto –

– forse perché è un paese troppo complicato per essere raccontato alla leggera. Perché ti sfida, ti chiede tempo, ti riempie di dubbi.

(entrate nel mood con Esprit d’Arménie, dovete!)

Probabilmente al 99% del mondo non frega assolutamente niente dell’Armenia. Non sa nemmeno dove si trova o addirittura che esista.

Centouno anni sono passati dal primo grande milione e mezzo di morti alle porte d’Europa: il genocidio degli armeni, perpetrato dai militanti dei Giovani Turchi tra il 1915 e il 1917. Prima di Hitler. Prima di Stalin. Così prima che non se ne ricorda nessuno.

Kaukasus

Poi la cessione del monte Ararat, quello dove si incagliò l’Arca di Noè secondo gli Armeni, alla Turchia, e l’annessione all’Unione Sovietica. La grande Armenia dei laghi anatolici, primo stato cristiano al mondo, diventa una minuscola e insignificante repubblica sovietica confinata a uno straccio di brulla terra schiacciato tra Georgia, Turchia, Iran e Azerbaijan.

Poi il crollo dell’URSS e la guerra con l’Azerbaijan per il controllo del Nagorno-Karabakh, una regione a netta maggioranza armena in territorio azero: come al solito, si sono mantenuti i confini sovietici. Finché era tutto URSS, niente cambiava. Ma ora…

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Oggi l’Armenia oscilla tra alleanze economiche con la Russia, da cui dipende militarmente per via della questione azera, mai del tutto risolta e riesplosa alcune settimane fa, e progetti di espansione europea. I confini con l’Azerbaijan sono chiusi. Quelli con la Turchia pure. Il Nagorno-Karabakh è de facto uno stato indipendente dall’Azerbaijan ma accessibile solo da Goris, in Armenia, e non riconosciuto da nessuno stato dell’ONU.

Vista da fuori, la situazione sembra folle e paradossale. Vista da dentro, la situazione è solo l’ennesima delle sofferenze insensate strazianti che questo popolo continua a subire, senza (ahimè) grandi promesse di miglioramento.

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Ma veniamo alla storia di oggi. In fondo, siete finiti quaggiù mica per una lezione di geopolitica!

E’ una storia di autostop surreale. E bellissima.

(*sfugge lacrima di nostalgia, sigh)

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Partiamo dalle valli brulle, rocciose e deserte dello Yeghegnadzor. Monastero di Noravank, in cui si cammina sui cornicioni per accedere alle stanze perfette che riecheggiano delle nostre voci, e poi cripte, khachkar, bassorilievi da brivido. Il sole si abbassa, e noi dobbiamo andare verso Nord, sull’immenso lago Sevan.

Una serie di brevi autostop ci porta all’inizio di una strada che sappiamo essere tanto splendida quanto difficile. L’antichissima via della seta dei grandi altopiani, che corre fino a 2410m senza incontrare villaggi, fonti d’acqua, case. Nulla. Solo il deserto e i grandi vulcani. Dall’altra parte, le distese immense del mare degli armeni.

Un macchinino minuscolo senza bagagliaio ci lascia (schiacciati compressati in quattro su tre sedili e gli zaini addosso) all’ultimo villaggio, all’ultimo bivio. Sta arrivando sera e abbiamo un po’ paura di non farcela fino a Sevan. E’ vero, abbiamo la tenda. Ma a 2410m d’estate fa un freddo pazzesco e già in Georgia avevamo avuto una bella esperienza di quasi-morte per assideramento e fulmini in montagna – no grazie, o almeno non ora.

Arrivano due macchine quasi in contemporanea. Non ci possono portare tutti e quattro con gli zaini, la strada è troppo ripida e non ce la si fa – è la prima volta che ci capita di dividerci e non riusciamo quasi a salutarci, non ci diciamo nulla più di “troviamoci sulla strada principale di Martuni”.

Sara e Giacomo salgono su una specie di jeep bianca scassatissima, io e Dario con una coppia russo-armena di “friends”, che al primo stop aspetta che ci giriamo per limonare duro… lei, Tatiana, gli fa occhi dolci immensi e lui le offre (e ci offre!) frutta fresca succosissima mentre ci racconta di Sevan e mette su musica etnica pazzesca del Nagorno Karabakh…

Forse uno degli autostop più lussuosi e fortunati di sempre! Ci portano pure a visitare il fantastico caravanserraglio di Selim, che domina l’omonimo passo, con una vista mozzafiato che ti sembra scivolare fino all’Iran…

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Gli altopiani dopo il passo sono spazzati da venti infernali e nuvole gigantesche che si arenano sulle cime dei vulcani. La nostra auto sfreccia velocissima.

Si ferma solo quando i bambini fanno attraversare la strada al loro gregge, o finché dei fratellini a cavallo non gridano ai cani di fermare la loro mandria di mucche, che arriva ad affacciarsi ai nostri finestrini…

DSC_2284DSC_2265 Il sole scivola dietro l’orizzonte e da lontano vediamo le luci del placido Sevan. L’aria torna umida e pesante, raggiungiamo la città, ma Giacomo e Sara sulla strada non ci sono proprio. Sara ha perso il cellulare, Giacomo ce l’ha spento. Piove un po’ e inizia a fare davvero freddo: siamo pur sempre a più di mille metri.

Col buio pesto andiamo da un benzinaio, Vlad er Monociglio, e mentre Dario si apparta per assolvere a affari istituzionali inderogabili io socializzo chiusa nel suo stanzino nel solito russo io.Tarzan-tu.Jane con l’inquietante Vlad (sì, come il conte Dracula), che inizia a farmi vedere foto di piacenti signorine su VKontakte, il facebook russo. Che stesse insinuando…?

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Squilla il telefono: è Sara. Ci chiama dal “cellulare degli indiani” (?) che hanno dato loro il passaggio in autostop. Li richiamiamo col telefono di Vlad: ci passano a prendere in macchina, e hanno una bella sorpresa. Gli indiani? Ma che…?

All’improvviso spunta la jeep bianca: sono loro, e sono vivi! Erano… a prendere un caffè al bar coi loro nuovi amici indiani. Indiani di India.
(trattieni il crimine, trattieni il crimine) Eh? Indiani a Martuni, in Armenia?

Precisamente: un team di ingegneri in missione in questo posto dimenticato da Dio, dove si estrae del petrolio e si fanno altre robe tecnico-industriali noiose e brutte. Tra di loro c’è Kingston, 23 anni, alla sua primissima esperienza lavorativa: un anno a Martuni con la sola compagnia dei suoi formidabili quattro colleghi 45enni e autista aziendale, che in inglese sa solo dire “oh my god” e “very very good” (e li dice che fa spezzare! per sentirlo guarda la fine del video più sotto).

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Appena Kingston capta “stranieri” e “ventenni” ci invita tutti a cena. E a dormire: tanto un loro collega è tornato per un breve periodo in India e c’è una splendida stanza vuota…

Si mangia riso piccante col tonno, ci si sbronza di vino di melograno armeno (che prodigio!) e birra armena buonissima. Il collega fondamentalista cristiano (in foto sopra, il cattivone a braccia incrociate) si assicura che non ci siano infedeli tra di noi (!) e poi ci apre il suo grande cuore. Il nanetto a sinistra invece ci prova spudoratamente con tutti (inutile a dirsi, con scarsissimo successo).

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L’autista viene ribattezzato “OhMyGod” o “VeryVeryGood” a seconda dei momenti. Ho ancora minuti e minuti di registrazioni in cui cerchiamo di fargli dire più *ommai’gaud o *vierivieri’gud possibile per poi ridere come degli idioti…

leggi anche: ITINERARIO IN GEORGIA, ABKHAZIA E ARMENIA

GUARDA IL VIDEO:

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Grande nottata in tre su un letto trash indo-armeno e uno per terra, un caffè al volo e si va a prendere una marshrutka semi-gratis per Sevan: piove e autostoppare con la pioggia è sempre una disgrazia…
OhMyGod ci riaccompagna sulla ridente (no) strada principale del piccolo centro industriale di Martuni, blaterando il suo russo-armeno senza senso e sventolando le bandierine armena e indiana: lo abbracciamo forte e poi via, lanciati sulla via del ritorno.

Chissà se li rincontreremo mai…?

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