Fiori, funghi, api. 22 giorni nelle Repubbliche Baltiche

IMG_2045Ciao a tutti Painderouters, qui è Martina. Un anno fa avevo raccontato l’Olanda e oggi eccomi di ritorno da una nuova avventura backpacking: 22 giorni nelle Repubbliche Baltiche. In realtà 4 giorni in Lituania, 5 in Lettonia e 13 in Estonia. Ma andiamo con ordine.

Incantata dalle vie medievali della Old Town di Tallinn, qualche mese fa mi candido come volontaria per insegnare inglese durante un campo estivo nel cuore dell’Estonia. Vengo selezionata e, approfittando di un’offerta di Wizzair, parto per Vilnius, Lituania. Obiettivo: arrivare a Tallinn step by step, passando per Lituania e Lettonia. All’aeroporto di Vilnius incontro la mia compagna di viaggio, Magdalena (una ragazza slovacca ingambissima, conosciuta a Istanbul in occasione di uno scambio culturale) e iniziamo la nostra avventura – sotto la pioggia, ovviamente.

Lituania: Fiori

È uno dei primi dettagli che noto superata la soglia dell’aeroporto: fiori ovunque.

Fiori sui cigli delle strade, fiori nel taschino dei signori lituani (identikit: sguardo serio, baffi, occhi azzurri profondi come oceani), mazzi di fiori nelle mani delle persone attorno a me. Sempre in numero pari, mi spiega Mahdi, l’ospite iraniano sul cui divano dormiamo per due notti: dispari porta male.

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Duomo, Vilnius

Vilnius la vediamo quasi sempre sotto la pioggia, ma ne apprezziamo comunque i colori e il brio.

Indimenticabile è Užupis (in lingua lituana “l’altro lato del fiume”): pittoresco quartiere che sorge sulla sponda destra del fiume Vilnia. Separato da 7 ponti dalla città vecchia, Uzupis è stato storicamente abitato da ebrei, la maggior parte dei quali furono sterminati durante l’Olocausto. Nelle case abbandonate dalla comunità ebraica si stanziano, nel corso della seconda metà del novecento, senzatetto, vagabondi e prostitute. Nel 1990, anno della dichiarazione di indipendenza della Lituania dall’Unione Sovietica, Uzupis è una delle aree più degradate e problematiche di Vilnius, con edifici fatiscenti, povertà, criminalità e scarsi servizi pubblici.

A partire dagli anni 90, però, artisti e intellettuali, attirati dai prezzi bassi delle case e dalle atmosfere bohémienne del sobborgo, iniziarono a trasferirsi al di là del fiume Vilnia. Per le sue gallerie d’arte, i laboratori artistici, i caffè, il clima rilassato e anticonformista che vi si respira questa zona di Vilnius può oggi essere considerata una piccola Montmartre lituana.

Il merito di questa radicale trasformazione si deve in gran parte alla bizzarra e goliardica idea del poeta, musicista e regista di cinema Romas Lileikis che il 1° aprile del 1997, insieme ai residenti della zona, dichiarò la fondazione della Repubblica indipendente di Užupis, dotata di una costituzione propria, un presidente, un piccolo esercito e una bandiera in quattro diversi colori, uno per ciascuna stagione. I 41 articoli della costituzione di Užupis, un inno all’anticonformismo, alla libertà, alla pace e all’amore, sono incisi su pannelli esposti su un muro di strada Paupio, una delle vie principali del quartiere e costituiscono i cardini dell’anima e della filosofia della giovane repubblica.

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Fiori un balcone di Uzupis, Vilnius

A due passi c’è la Literatu street, dedicata ai grandi scrittori lituani e un piccolo angolo di paradiso per una letterata come me. Si tratta di una vera e propria raccolta di cimeli, artisticamente organizzati come ornamenti di un muro colore azzurro chiaro. La via della letteratura sembra parigina, è come un pezzo di Marais.

Non ci lasciamo scappare neanche Trakai, che abbiamo la fortuna di visitare col sole. Ci arriviamo con un autobus di linea, paghiamo il biglietto la bellezza di 50 centesimi e in meno di un’ora siamo a Trakai, un’oasi verde che sorge in corrispondenza di tre laghi, il più grande dei quali ospita l’antico castello. Trakai è stata una delle capitali storiche della Lituania. La costruzione di una fortificazione al centro del lago di Galvė ha inizio durante il regno di Kestutis ed è ultimata sotto Vytautas Magnus. Quest’ultimo, vissuto tra la metà del XIII e l’inizio del XIV secolo, guida il paese per quasi trent’anni, combattendo a lungo per fermare l’avanzata dei cavalieri teutonici che tentavano di conquistare i territori lituani e di cristianizzare gli ultimi pagani d’Europa.

Il centro abitato si distingue per le casette in legno dei Tartari, sempre caratterizzate da tre finestre sul lato della strada. Secondo la tradizione, il padrone di casa esprimeva così una dedica del tutto singolare: una finestra era per Dio, una seconda per la propria famiglia e la terza per il granduca Vytautas.

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Una giornata a Trakai è sufficiente, e la sera torniamo a Vilnius, l’ultima serata lituana.

Lettonia: Funghi

8 euro e con Ecolines arriviamo a Riga (date un occhio anche a Simple e Lux Express, che collegano a prezzi stracciati tutte le Repubbliche Baltiche). Dormiamo in un ostello nel bellissimo (benché molto creepy) Russian District. Dormitorio condiviso con altre… 23 persone. Nuovo record personale. Ho la fortuna di dormire al secondo piano del mio letto a castello, benché anche dormire al terzo sarebbe stato interessante. Con 6 euro a notte abbiamo pure un pacco di biscotti per colazione, che lusso! Nell’ostello ci sono altre camerate, in totale saremo una sessantina di ospiti. Con… (rullo di tamburi) un bagno e una doccia. Eppure, mentre aspetto il mio turno in coda ho modo di socializzare con altri viaggiatori. La maggior parte è russo parlante e di inglese sa dire solo due parole (hi, thank you); ne derivano conversazioni indimenticabili.

Una comitiva di camionisti ucraini alloggia con noi: mangiano schifezze e offrono cibo a tutti. Loro li conosco in cucina, mentre in coda per la doccia conosco Anna, una ragazza russa sorridente e entusiasta. Per la prima volta nelle Repubbliche Baltiche e fuori dal suo paese, è impaziente di conoscere viaggiatori come lei, curiosa e instancabile. Ci riempie di domande mentre beviamo una birra insieme: com’è il vostro paese? Vi piace viverci o sognate di trasferirci altrove? Com’è la situazione economica? Le mie risposte sono completamente diverse da quelle della mia amica slovacca, la cui nazione, è bene ricordarlo, è molto giovane, poiché autonoma dalla Repubblica Ceca nel 1993.

Gli occhi di Anna si fanno grandi grandi quando ci chiede cosa pensiamo della Russia, di Putin, ed è sorpresa quando scopre che in linea generale non abbiamo bisogno di un visto per viaggiare in Europa, e soprattutto che da noi non c’è più la leva obbligatoria da decenni. In pochi minuti conosciamo altri giovani viaggiatori: Riga ne è piena.

Ci sono i francesi, che viaggiano in autostop (l’estate scorsa sono arrivati così in Romania) e dormono rigorosamente free camping. C’è il ragazzo tedesco, insegnante di educazione fisica, che un anno fa a mollato tutto e ha girato per il mondo con lo zaino sulle spalle. Gli brillano gli occhi quando ci racconta il sud America, quasi si commuove ripensando al Vietnam. Ci sono i Cileni, follemente innamorati del loro paese, e le ragazze turche, impazienti di lasciare per sempre il proprio. Queste persone fanno la nostra Riga, una città che mi è piaciuta da morire. Almeno un giorno e mezzo (meglio due) è necessario per scoprirne gli angoli nascosti; un’ora è stata sufficiente perché io me ne innamorassi.

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Riga è una città di storie, il cui passato pesa sul presente come un macigno. Giacché il nostro ostello è a una ventina di minuti dalla Old Town, ogni volta osserviamo sconcertate il gap centro – periferia. In centro rigogliose fontane, edifici barocchi, maestosi parchi verdissimi. Un bellissimo quartiere art nouveau, caffè, vie acciottolate e medievali. Periferia… il nulla. Palazzi fatiscenti, decine di senzatetto, strade sporche e talvolta impercorribili.

Questo è il “Soviet”: tutto a Riga è Soviet, tranne il centro storico, che è Old Town. L’impronta del travagliato passato sovietico si sente ancora, molto forte. E i Lettoni odiano la Russia: ecco perché non sono l’unica a tifare Italia durante le qualificazioni della staffetta olimpica 4×100 stile libero. Durante il testa a testa Italia – Russia, io e un serio signore lettone che non parla una parola d’inglese facciamo il tifo per la stessa squadra.

I lettoni sorridono raramente, spesso è un secco “no” quello delle persone a cui vogliamo chiedere informazioni. Glaciali. Amano andare a funghi. Una mattina ci svegliamo, c’è il sole e decidiamo che vogliamo vedere il mar Baltico. Evitiamo Jurmala (la spiaggia più famosa e frequentata) e ripieghiamo su Vecaki, a circa 30 km da Riga. Ci arriviamo in treno (2 euro a/r) ma scendiamo alla fermata sbagliata. Ci ritroviamo nel bel mezzo del NULLA:

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Magdalena che guarda il cielo in the middle of nowhere

Boschi, pinete, pinete, boschi. E un binario, sul ciglio del quale ci sdraiamo in attesa del treno successivo. In pochi minuti scopriamo di non essere gli unici esseri umani: ci circondano cercatori di funghi. Occhi attenti e sguardo imperturbabile, sembrano non vedere noi, accampate come barbone. Li ritroviamo in spiaggia, si godono la brezza (meglio definibile vento artico, a mio parere) e bagnano i piedi nelle gelide acque del Mar Baltico. Sempre stringendo il sacchetto con i funghi, impassibili.

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Vecaki beach, Lettonia

Estonia: api

I cercatori di funghi non mi abbandonano nemmeno sulla via per Tallinn. Infinite distese di campi intervallate solo da fitte pinete separano Riga da Tallinn, Estonia. Ci arrivo da sola, la mia amica resta in Lettonia per tornare a casa da lì. Ancora una volta scelgo Ecolines: veloce, comodo, e, manco a dirlo, economico. Posso scegliere di guardare film davanti a me, ma io mi butto sulle compilations di musica tradizionale russa – e sonno pesante. Mi risveglio a Tallinn, pittoresco gioiellino dei Baltici. Fa freddo ma c’è il sole, quindi con piacere mi perdo tra le vie acciottolate della Old Town.

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Tallinn, cattedrale

In mezzo secondo realizzo che Tallinn è la più ricca delle capitali baltiche, forse perché più delle altre risente dell’aria scandinava. È piena di turisti (più che di “viaggiatori”), è più cara e decisamente meglio tenuta. Oltre ad esplorare il centro storico, mi concedo una passeggiata al porto e una sosta di un paio d’ore alla prigione Patarei.

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Un tempo fortezza sul mare, poi dal 1920 prigione, Patarei è diventata il simbolo più truculento della repressione sovietica durante l’occupazione dell’Estonia dal 1944 al 1991. Non solo luogo di detenzione, Patarei, fu luogo di efferati interrogatori, torture fisiche e psicologiche e di numerose uccisioni tramite impiccagione o fucilazione.

Per l’apertura al pubblico, possibile a partire dal maggio del 2014, non è stato fatto alcun intervento, anche a scapito dell’incolumità del visitatore: i lunghi corridoi, le celle, le stanze di isolamento, le docce, le torrette, la mensa, gli uffici e la sala impiccagioni; tutto è rimasto come allora. E proprio per questo Patarei mette I BRIVIDI.

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Visito la sala delle torture, le camere da letto, lo spazio dove i detenuti fanno attività fisica. Le pareti sono dipinte con scritte, disegni, loghi di brand o di gruppi musicali; il nome di Obama è ovunque (“Obama doesn’t care” è il motto più popolare). Camminando calpesto libri, riviste, fotografie. Tutto è come lasciato nel 2002 quando, a dieci anni dalla riconquistata indipendenza estone, il carcere viene definitivamente chiuso. In molti qui vengono sentenziati a morte e la condanna è eseguita direttamente nella prigione.

La sala impiccagioni è visitabile: si tratta di una stanza quadrata, disadorna e con al centro una botola alta venti o trenta centimetri in corrispondenza di un gancio metallico posto nel soffitto. Nessuna sofisticazione, la sala conserva ancora la comune scaletta in legno utilizzata per appendere il condannato. L’ultima esecuzione a Patarei avvenne nel 1991, poi, finalmente, l’Estonia guadagna la libertà e l’indipendenza dal regime sovietico. Cercando informazioni, ho scoperto che Patarei viene impiegata anche durante l’occupazione tedesca. I servizi di sicurezza, le SS, utilizzano le celle di Patarei per internare oppositori politici e ebrei durante i quattro anni di occupazione, dal 1941 al 1944. Gli ebrei di Tallinn furono divisi in base al sesso, gli uomini vennero mandati alla prigione di Patarei, le donne al campo di concentramento di Harku, a ovest di Tallinn.

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Sul muro di un dormitorio

Lascio questo inferno di cemento con la mente affollata di pensieri. Ricomincio a camminare e scopro Telliskivi, un bellissimo quartiere a nord ovest del centro. Fino a pochi anni fa ammasso di macerie ed edifici abbandonati, mi spiega Kal, il signore indiano trovato su CouchSurfing che mi ospita per una notte, popolato da drogati e senza tetto, oggi è il quartiere hipster.

Tallinn mi piace, sono contenta di restarci per un’altra decina di giorni. Dopo il primo giorno di volontariato tuttavia, non sono molto fiduciosa. Il mio compito è lavorare in una classe con bambini russo parlanti di età compresa tra i 7 e i 10 anni.

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Io con i miei pupils

Sono assistente di Helena, una signora estone di mezza età molto seria, che non si lascia mai andare a un sorriso, mai a una risata. I bambini sono carini, svegli e vivaci. Sono curiosi, sgranano gli occhi quando dico loro che sono Italiana e che non parlo né russo né estone. Non è un problema, penso, tanto siamo qui per parlare inglese! Eppure, loro l’inglese non lo sanno affatto. Vanno nel pallone alla domanda “how old are you?” e sono timidi, si vergognano. Spesso le insegnanti, inoltre, conversano tra loro in estone, dunque è difficile instaurare un rapporto persino con loro.

Per fortuna c’è Natalia, l’altra volontaria. È polacca, ha 23 anni ed è un tornado di vita e di emozioni. Con il passare dei giorni, comunque, le cose migliorano: le insegnanti si abituano a noi, io imparo qualche parola di russo per parlare con i bambini, che nel frattempo si rilassano. Diventiamo amici. La recita finale ci rende tutti più uniti e salutarsi è triste. Ma soprattutto è difficile salutare la mia amica polacca, dopo tanti pomeriggi trascorsi insieme sotto la pioggia. Dopo le quotidiane sette ore di lavoro, nemmeno i temporali scoraggiano le nostre uscite nel cuore di Tallinn. Addirittura, nel weekend andiamo ad Haapsalu, villaggio d’origine di una delle insegnanti.

Complice il sole, capiamo di essere finite in un angolo di paradiso: distese verdi, laghi dall’acqua cristallina… e api ovunque. Ronzano attorno alle bancarelle di dolci nella via centrale della città – sabato era per l’Estonia festa nazionale, poiché giorno dell’indipendenza dall’URSS, si appoggiano sulle mani delle persone che restano impassibili. Persino i bambini non si spaventano, ma osservano con stupore la mia reazione terrorizzata quando uno stormo d’api si fionda sul mio kebab. Dal lungo lago scatto questa foto, che potrebbe sembrare un opera surrealista, ma che in realtà è solo acqua e cielo.

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Il giorno dopo andiamo a Tartu, seconda città dell’ Estonia e centro universitario. È molto carina, ciò che mi incanta è la collina con le rovine della cattedrale.

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Un tempo basilica a tre navate nota come Dorpater Domkierche, della cattedrale oggi non resta che lo scheletro. Eretta dai cavalieri tedeschi nel XIII secolo, sistemata nel XV e infine distrutta durante la riforma nel 1525; utilizzata come fienile, poi in parte ricostruita nei primi anni del 1800 per ospitare la biblioteca universitaria.

Devo ammetterlo: camminare tra le rovine mi è sempre piaciuto.
Ecco perché le Repubbliche Baltiche hanno guadagnato un posto nel mio cuore: perché sono bellezza e genuinità, ma anche distruzione e solitudine. Perché le persone che incontro scelgono di non sorridere piuttosto che farlo in modo forzato. Ma quando sorridono per davvero, nel loro sguardo ci vedi l’infinito.

di Martina Adinolf

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