Моя Россия. Perché la Russia ci ammalia

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Eccomi tornata, traboccante di gioia, da questo lungo viaggio quasi tutto in solitaria, in un paese così difficile eppure di una ricchezza stupefacente e travolgente. Qui c’è il post per vedere l’itinerario preciso e tutti i numeri del viaggio, dai km percorsi ai soldi spesi, fino al numero di vecchiette (le celeberrime “bàbushki”) che mi hanno abbracciata urlandomi “ma io vi amo!”…

L’amore per la Russia nasce all’improvviso, è una specie di rivelazione: dopo un libro, un incontro, una musica, un film. E’ qualcosa che se ne sta quieto per lunghi tempi e poi, dal nulla, esplode. E ti sconvolge.

Isole Solovetsky, Carelia.

Ma come amare un paese che non si conosce? Un mio amico mi ha detto, una volta: “voi non avete informazioni veritiere sulla Russia dal 1917”. E, caspita, come aveva ragione…

La Russia, però, non è un paese, è un mondo. E questo ci scusa un po’.

Bacche mai viste alle isole Solovetsky, Carelia.

I video su youtube di folli che fanno cose assurde in preda alle peggio sbronze (e quando dico assurde intendo davvero davvero assurde, vedere per credere), le pagine geniali di facebook come Degrado Post Sovietico (se non la seguite ancora FATELO SUBITO);

o i ricordi sbiaditi delle foto del capitolo sulla NEP o sull’assalto al palazzo d’Inverno del libro delle superiori sommati alla tendenza dei nostri media a leggere tutto in chiave “Putin ci conquisterà” o “Putin uccide gente”, di fatto appiattendo problematiche di una complessità infinita sul faccino di un solo Vladìmir, e poi l’immancabile “vodka e patate”, talvolta alternato a un “vodka e caviale”! – beh, questo è più o meno quello che qui si sa della Grande Madre. E, lasciatemelo dire: a i u t o, ragazzi.

Ragazzi in banchina, dal treno, Carelia.

Non vi dirò cos’è la Russia, soprattutto perché neanche i russi lo sanno.

Vi parlerò della grande taigà che si estende a perdita d’occhio pervasa di una sottile malinconia, dei laghi immensi e placidi, delle luci del nord; del legno e del cemento, dei bollenti samovar, delle cuccette in un plazkart, dei prati e dei fiori dell’estate; dei ponti sulla Nevà che si aprono nel cuore della notte, di Anna Politkovskaja e della Cecenia, delle dolci anse della Maskvà, di Shostakovic, di Stravinskij, di Rachmaninov…

E ancora delle icone ortodosse, dei canti polifonici in slavone antico, delle meraviglie d’arte custodite nei musei, di Bulgakov e degli stagni del Patriarca a Mosca, dei canali e dei palazzi dagli stucchi colorati. Di Majakovskij! Di Malevich! Di Stanislavskij! Oh, di quante altre cose potrei dire…

Per approfondire: una guida completa ai treni russi (per Transiberiana e qualunque altra tratta)

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Paesaggio con casa bianca, Kazimir Malevich, 1929. Museo Russo, San Pietroburgo

Congedo – Vladìmir Majakovskij, 1914 

In auto,
cambiato l’ultimo franco.
“A che ora parte il treno per Marsiglia?”
Parigi fugge accompagnandomi
in tutta la sua bellezza impossibile.
Sali
agli occhi,
fanghiglia del distacco,
schianta
Il mio cuore
con la sentimentalità!
Io vorrei
vivere
e morire a Parigi,
se non ci fosse
la terra che ha nome
Moskvà.

Pietroburgo dopo il tramonto, distretto centrale.

Vassilij Kandinskij, paesaggio invernale, 1909. Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo. [con questo quadro ho una borsa s t u p e n d a, presa allo shop dell’Ermitage]

Vi lascio degli spunti per sognare (o ricordare…) di Russia. Perché prima di andare bisogna prepararsi per bene, ed è un lavoro molto molto serio, su cui non si può scherzare. Frugate nella libreria di casa e tirate fuori un Dostoevskij o un Bulgakov, immergetevi e andate sempre più in profondità, senza avere paura di perdervi. Sentirete che il cuore imparerà a battere più forte… Ma prima ascoltate qui!

E se me lo chiedi allora forse sì
ho paura
di questi stralci di lamiera
e ortiche alte come un uomo
delle lingue basse di montagne cupe
di specchi d’acqua gelida –
le torri fumano, là in fondo,
ma no, non dormire ancora
cerca il silenzio negli stucchi azzurrini
lo sguardo dei cani randagi
l’odore dei pini e delle brughiere
aspetta, aspetta che il sole si alzi di nuovo
oltre queste nuvole cobalto
che il treno chiami una volta di più
che un’altra nave fischi e giri il fiordo – solo un’altra ancora.
E poi che il fiume scorra un po’ più avanti
e il vento scuota un altro giunco di palude.
Resta con questa luce piccola viola
che vola via con i battiti di ciglia
tra l’erba alta e le gru.
Non andare. Non ho trovato ancora
la curva dei tuoi occhi in mezzo a questi rami.
Ma non dirmelo, lo so.
È che ho paura
di avere ancora paura.

Dolci sogni a tutti!
Эль, come mi chiamano là

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Il Cremlino, Mosca.

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